Storie di extracomunitaria follia – Claudiléia Lemes Dias

Titolo: Storie di extracomunitaria follia
Autore: Claudiléia Lemes Dias
Lingua e paese d’origine: Italiana, Italia (l’autrice è brasiliana)
Anno di pubblicazione originale: 2009

Edizione in mio possesso
Casa editrice italiana: Compagnie delle Lettere s.r.l
Pagine: 147
Genere: Narrativa


Dedica dell’autrice
Alla mia famiglia di oggi e a quella che verrà


libro

Pensieri

Ciascun libro ha bisogno del proprio momento per essere letto.
Quella frazione di tempo necessaria per coglierne aspetti generici al lettore e renderli caratteristici nella loro semplicità di nero inchiostro.

Tornare a riflettere su testi che non si ha avuto modo di apprezzare nel pieno del proprio essere, potrebbe risultare arduo, ma rappresenta una nuova scoperta ed una maggiore consapevolezza di ciò che si cela nella mente dell’artista e nel corrispettivo sguardo passeggero del lettore.

Se non fosse stato per questi “spunti teorici”, credo non avrei mai riscoperto i piccoli piaceri di un’opera come quella scritta da Claudiléia Lemes Dias in Storie di extracomunitaria follia.
È il fermarsi ad ascoltare le parole di una voce vicina ma sconosciuta, e con la medesima curiosità di un bambino chiedersi se quanto sussurrato è realtà o paradosso.
Si tratta di un narrare costante, incalzante il tema dell’immigrazione nei suoi molti aspetti alle porte di una “società moderna” quale il  Bel Paese di Petrarca (Canzoniere, CXLVI, versi 13-14).

Si susseguono tra loro ben undici racconti di vite arse alle fiamme di una profonda sofferenza, causata dalla negazione o dall’esaltazione che l’altro individuo prova nei confronti di questi “personaggi” di vita. Un fuoco alimentato dall’ estrema e giustificata cura per il lessico, affinché si possa definire in maniera pura e mai compassionevole quanto descritto.

Con un’ironica agrodolce, ogni dettaglio apparentemente celato nel buio degli angusti spazi cittadini viene estratto dalle macerie di quelle identità umane rinnegate e mai perse.
Si alternano personalità comuni eppure uniche, fonti di contraddizioni. Un’umanità non sempre tale, respinta e macchiata dalle copiose ferite prodotte dai luoghi comuni.
Una collettività che trova ragion d’essere nelle sue incoerenze quotidiane ed una satira rivolta ad una realtà dal dubbio sentimento sociale, in perenne e precario equilibrio tra rispetto ed incomprensione.

Perciò mi chiedo, il sentirsi umani nelle proprie contraddizioni è una facoltà innata nell’ uomo o diviene sempre più spesso un una necessità-accessorio da esercitare in momenti opportunamente selezionati?


Citazioni
<<Bugie, solo bugie. Bugie in hindi , in inglese… Insegnami l’italiano!>> intimò amorevolmente. <<L’italiano è una lingua sincera>>.
<<Ci sono bugiardi anche in Italia. Che centra la lingua? Non ci sono parole a essere false, ma a volte chi le pronuncia>>.
(Sperequazione)

Era più lucido del pavimento di parquet della villa del Padrone. Non perché fosse l’uomo più forte del mondo, ma perché  fatto non era per morire come un bruto.(Matusalem, l’ultimo africano)

Il drago cominciò a non divertirsi più. Pensò al suo paese, immenso e pieno di contraddizioni, alla libertà incarcerata, alle vite schiacciate, all’annichilimento della creatività sui banchi scolastici, pensò alla fame dei suoi contadini, al lavoro minorile, ai diritti umani morti e defunti con la connivenza  del mondo occidentale, che li vedeva o come una minaccia o come un’immensa fabbrica da utilizzare.
Se nel nostro paese non abbiamo il diritto di manifestare contro le ingiustizie, chi manifesta in nostro favore? Si chiese il drago.
(Livia e il Drago)

I pensatori sono esseri solitari fino a quando non incontrano altri loro simili con cui meditano ed allora salgono sui tetti a gridare che tutti gli uomini visti dall’alto non sono altro che dei puntini.
(Sul dorso dello Squalo)

Dormì il sonno profondo dei senza patria, dei viaggiatori solitari, dei disertori, dei neonati, degli apolitici e dei non credenti, nella speranza di svegliarsi così al sicuro della propria identità da non sentirne mai più la necessità di difenderla dichiarando guerra agli altri e soprattutto a sé stesso.
(Spartitemi)

  • A.C.: Forse non hai capito, mio caro, il mio lavoro non è distribuire perle di saggezza, ma suonare l’arpa per farti addormentare (accenna a qualche nota con l’arpa).
  • José: Santo cielo! Preferisco contare le pecore che sentire le tue note stonate. Il talento non  è proprio di casa qui!
  • A.C.: Se lo dici tu! Lo sai, quando sono arrivato in cielo, il mio sogno era suonare la batteria nell’orchestra celestiale, ma mi hanno subito tarpato le ali! A San Pietro non piacciono i Beach Boys.

(Le lacrime della merce)


Sitografia:

Blog  “Arte di salvarsi” (in collaborazione con la traduttrice Gabriella Maddaloni per la lingua spagnola)

Arte di Salvarsi – claudileia79


 

Migrants - Kurt Seligmann ( 1955, Olio su tela, 39 x 48)

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Collezione privata

 

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